Negli Stati a regime bipartitico con un alto tasso di stabilità i cicli politici non durano una legislatura, durano di più. Non è una legge scritta nelle stelle. È una linea di tendenza fisiologica, che anche Veltroni ha ricordato in campagna elettorale. Dispiace che oggi siano “loro” a trarne vantaggio. Ma la stabilità non è un valore né di destra né di sinistra: è una condizione fondamentale per il benessere dell’economia, per la sopravvivenza dello Stato, per un armonico sviluppo della società. Dobbiamo prenderne atto e incominciare al più presto a ragionare in base alla nuova situazione in cui l’Italia si è venuta a trovare, anche per merito nostro. Ricordiamoci che siamo stati i primi a dire basta a quell’instabilità che i partitini personali e le sigle della sinistra massimalista alimentavano programmaticamente per conservare la propria rendita di posizione. Solo loro avevano interesse all’instabilità, che è lo strumento per eccellenza del settarismo. Noi no, la subivamo. Ed era un’instabilità logorante per il Paese e per la sinistra. Nessuna nostalgia, per favore.
Non dico queste cose per invitare alla rassegnazione di fronte a un possibile decennio berlusconiano (magari “ravvivato”, a metà percorso, da un passaggio di testimone a Fini). Le dico per incoraggiare a riassorbire in fretta la sconfitta e rimettere in moto un’azione adeguata al rinnovato contesto. La continuità dei governi e il probabile allungamento dei cicli politici richiede una correzione di prospettiva. Dobbiamo tornare a muoverci su due binari: l’uno ravvicinato, l’altro a lungo termine. Da una parte, attrezzarci per rispondere alle prossime sfide dell’immediato, a partire da quelle elettorali (le europee e le amministrative saranno una prova fondamentale della nostra credibilità). Dall’altra, tornare a guardare alle dinamiche profonde dello sviluppo sociale, quelle di lungo corso, sulle quali è possibile fondare un programma ad ampio respiro, che regga (appunto) non una legislatura, ma un ciclo. È un impegno che richiede uno sforzo culturale, di cui siamo assolutamente capaci: le risorse non ci mancano, l’intelligenza e la creatività neppure.
Tale impegno è ancora più importante perché è avvenuta una trasformazione profonda della sinistra. Di fatto, via via che si restringevano verso il loro zoccolo duro, Margherita e DS andavano assumendo – loro malgrado – gli aspetti di un partito d’opinione. O, almeno, come tali venivano visti dagli elettori. Non a caso era la politica dei diritti che anzitutto distingueva questo fronte dalla destra. E cioè una politica che ha strette connessioni con l’etica. Si capisce che fossero principalmente i ceti medi (i ceti degli “intellettuali”) ad apprezzarne l’operato.
Il PD è un’altra cosa: non è più la somma di DS e Margherita. Il 14 aprile, finalmente, ci ha consegnato un grande partito riformista di massa unitario, come la SPD, il Labour Party, il PSF. E cioè un partito che rappresenta gli interessi di diversi ceti sociali e di diverse culture. Da una parte, imprenditori, operai, ricercatori, professionisti, commercianti, impiegati. Dall’altra, cattolici, socialisti, liberali di sinistra, liberalsocialisti, ambientalisti responsabili, liberaldemocratici, radicali. Veltroni lo ha ben capito. E nella scelta dei candidati (pur discutibile per tanti aspetti) aveva anticipato questa nuova realtà, l’aveva sollecitata.
Un partito riformista di massa non può fare della laicità o dei temi etici i suoi obiettivi prioritari, come un partito d’opinione. Anzi, in molte occasioni, sulle questioni etiche dovrà riconoscere ai propri iscritti e ai propri parlamentari la più completa libertà di coscienza. La sua efficacia e la sua lungimiranza si misurano piuttosto sulle proposte che saprà avanzare nelle sfere più robuste e “tradizionali” dell’amministrazione dello Stato: anzitutto, la politica economica, la politica del lavoro, la politica energetica, la politica industriale… È in questi ambiti che, finalmente ridisegnato il sistema parlamentare, deve concentrarsi lo sforzo creativo.
