Sulla «Stampa» del 21 settembre, Walter Veltroni ha illustrato i principi e gli obiettivi di politica estera di cui il futuro Partito democratico dovrebbe farsi carico per un "mondo sostenibile". La riflessione prende le mosse da questa premessa: «All’inizio del XX secolo la popolazione del pianeta superava di poco il miliardo di persone; in soli cento anni, il numero si è sestuplicato e due abitanti su cinque della Terra sono indiani o cinesi. E’ un mondo nuovo, che vede crescere l’aspettativa di vita degli europei di quasi tre mesi ogni anno e che registra il calo drammatico della vita media nei Paesi più poveri dell’Africa.»
Di qui, una serie di priorità che Veltroni propone all'attenzione delle «risorse della nostra comunità nazionale, in particolare delle nuove generazioni». L'elenco è lunghissimo: il multipolarismo, le sfide globali, la riforma delle Nazioni Unite, il processo di integrazione politica europea, la posizione geostrategica del Mediterraneo, la questione dei Balcani e la questione turca, il rapporto con gli Stati Uniti, i problemi dell'Africa, la difesa dei diritti umani e la lotta all'ingiustizia, la crisi ecologica e le risorse energetiche, la minaccia nucleare.
Curiosamente, Veltroni non fa menzione della questione israeliano-palestinese e, nel citare positivamente il multilateralismo, non si cura di chiarire come dobbiamo regolarci nei momenti di attrito con il mondo islamico. Ma il punto non è questo.
Il punto è che Veltroni ragiona come se fossimo una superpotenza e potessimo imporre la nostra agenda politica agli Stati alleati, e come se in Italia avessimo un sistema presidenziale con un sistema bipartitico perfetto e non fosse necessario scendere a compromessi per mantenere in vita un governo di coalizione, sempre sull'orlo della crisi. Per di più, finge che in politica estera basti la buona volontà per realizzare le cose. Naturalmente, sa bene che non è così. Sa che il mondo è il campo di battaglia di poderosi interessi in contraddizione fra loro. Ma preferisce non dirlo. Del vecchio adagio gramsciano gli è rimasto in mente solo l'ottimismo. E propone una visione sorridente della politica, strizzando l'occhio alla «generazione figlia del programma di Erasmus».
Ma il suo elenco è tanto zeppo quanto inutile, perché a sorreggerlo non c'è alcun chiarimento strategico. E, soprattutto, è troppo sproporzionato rispetto alla realtà. Il rischio è di trovarsi con un pugno di mosche. Essere ambiziosi non vuol dire spararle grosse. Ma saper individuare una strada percorribile, possibilmente spaziosa, e che porti lontano.
domenica 30 settembre 2007
Il Mondo Nuovo di Walter
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