sabato 2 agosto 2008

Herzog, la storia occulta

Realizzato nel 2001, Invincibile è arrivato nelle sale italiane soltanto lo scorso 25 luglio. Un ritardo di ben sette anni, difficile da comprendere. Soprattutto se si considera che il film, regolarmente uscito nei paesi europei dopo essere stato presentato alla mostra di Venezia, si distingue dalle precedenti pellicole di Werner Herzog per un linguaggio più accessibile al pubblico di massa (all’epoca, sul «Corriere della Sera», Maurizio Porro lo definì un linguaggio «più tradizionale, quasi televisivo»).

Ambientato poco prima dell’avvento al potere di Hitler, Invincibile racconta la storia di un giovane e forzuto ebreo, Zishe Breitbart, che lavora come fabbro in un piccolo villaggio della Polonia orientale. Notato per la sua forza da un impresario teatrale, il giovane accetta, dopo qualche esitazione, di trasferirsi a Berlino, dove viene ingaggiato in uno strano teatro: il “Palazzo dell’occulto” di Erik Jan Hanussen, un ambizioso e spregiudicato illusionista che fa esplicita propaganda per Hitler e sogna di diventare un giorno ministro dell’occulto nel suo governo.

Qui, costretto a celare la propria identità, Zishe si esibisce nei panni di un eroe germanico di nome Sigfrid. Finché, intuendo il pericolo che incombe sull’Europa, non dichiara con orgoglio le proprie origini, intenzionato a mettere in guardia la comunità ebraica e ad assumere il ruolo di un moderno Sansone.

La storia (in cui i colpi di genio si alternano a scene un po’ troppo didascaliche) mescola liberamente le vicende di due personaggi davvero esistiti, rispettandone tuttavia solo in parte la verità storica (nato nel 1883, per esempio, Siegmund Zishe Breitbart era in realtà più anziano di sei anni di Hanussen e, dopo una carriera di successo nei teatri europei e americani, morì nel 1925, con tutta probabilità senza aver mai sentito nominare Hitler, che allora era ancora soltanto un agitatore di provincia).

Tanto la struttura narrativa quanto lo stile riecheggiano le consuetudini del racconto fiabesco. A conti fatti, Zishe è una sorta di Cappuccetto Rosso al maschile: un uomo ingenuo e dal cuore buono che, abbandonata la sicurezza del focolare domestico, si avventura con stupito dolore nel ferale mondo dei grandi, dominato dalla violenza, dall’inganno e dalla brama di potere.

Ma su questa base fiabesca, a tratti persino leggera, poggia tutta una complessa serie di riferimenti colti, di carattere sapienziale, mitico-letterario o onirico-simbolico: le frasi sentenziose di Benjamin Breitbart (fratello minore di Zishe) e dello stesso Hanussen; gli echi del mito dell’ebreo errante, che accomunano Zishe, Hanussen e l’apolide pianista Marta Farra (succube dell’ambiguo e oscuro mago); l’acquario di meduse nel “Palazzo dell’occulto”, i granchi rossi nei sogni di Zishe…

Al centro della vicenda vi è tuttavia il gruppo di scene che mettono a confronto, per contrasto e per analogia, le personalità di Hanussen e Zishe: opposti per carattere e morale, e tuttavia uniti dal medesimo destino. Il primo è chiaroveggente per professione e, in virtù dei suoi trucchi, incontra il favore entusiastico del pubblico tedesco. Il secondo diventa chiaroveggente per illuminazione storica ma, a dispetto della verità annunciata, non sarà creduto dal piccolo “pubblico” polacco, che nel 1933 teme la Russia molto più della Germania, ancora gravemente penalizzata dalle sanzioni del Trattato di Versailles.

Naturalmente, il film può essere interpretato come una riflessione “trasversale” sull’antisemitismo e sulla violenza nazista, condotta con originale spirito problematico. Tuttavia va anche riconosciuto che, nell’economia narrativa, l’accento cade sullo stupore suscitato dall’unicità eslege della vicenda umana dei due protagonisti più che sull’orrore della Storia. Questo aspetto dovrebbere essere indagato in profondità (più di quanto si possa fare in queste brevi note). Perché qui siamo dinanzi al nucleo centrale dell’ispirazione di Herzog: ossia al suo motivo di forza e, insieme, al suo limite, che lo induce a rifuggire dal vero e proprio confronto con le istituzioni della realtà politico-sociale, che pure vengono di continuo evocate nelle sue opere. (Né è forse un caso che i suoi film maggiori di fiction tendano a ignorare la contemporaneità urbana e borghese: una scelta abbastanza curiosa per un regista che ha all’attivo una ricca e talvolta qualitativamente straordinaria produzione documentaristica.)

Per dirla in termini spicci, Herzog rompe tanto con gli schemi del genere storico che si volge al passato per rintracciare la genesi delle contraddizioni del presente (I promessi sposi) quanto con gli schemi del genere antistorico che torna al passato per denunciare il carattere intrinsecamente immutabile del destino consociato (Il Gattopardo). Per il grande cineasta bavarese, la Storia è de facto un enorme scrigno a cui attingere per reperire storie (con la minuscola) di vite eccentriche, fuori dell’ordinario, sul confine della follia o addirittura al di là di esso.

Proprio questo programmatico disinteresse per la medietà umana e sociale fa di Herzog il regista meno borghese (e, forse, il più rigoroso e geniale) delle tre corone del cinema tedesco (Herzog, Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders). E gli consente di sperimentare forme artistiche di una grandiosità quasi wagneriana, che ha pochi analoghi nella produzione cinematografica e culturale contemporanea. Nello stesso tempo, però, lo espone a un gigantesco rischio: quello di cadere nell’ambito sontuoso dell’extravagant o del mirabilis.

In fondo, con ogni suo film Herzog non fa che aggiungere un ulteriore affascinante e prezioso dipinto alla ricca galleria di ritratti umani che compongono la sua opera: personaggi artisticamente notevoli, che assommano nel fisico e nello spirito caratteri semifantastici e talvolta addirittura semimostruosi. Ma che abitano in un dimensione parallela alla nostra e nei quali sarebbe arduo immedesimarsi. Il che equivale a dire che vivono le loro contraddizioni, le loro
angosce (e lo fanno sino all’estremo). Ma non strappano al buio le nostre: non ci trascinano di fronte a uno specchio.

Invincibile

regia e sceneggiatura Werner Herzog

cast Jouko Ahola (Zishe Breitbart) ● Tim Roth (Erik Jan Hanussen) ● Anna Gourari (Marta Farra) ● Max Raabe (il presentatore) ● Jacob Wein (Benjamin Breitbart) ● Gustav-Peter Wöhler (Alfred Landwehr) ● Udo Kier (conte Helldorf) ● Herbert Golder (rabbino Edelmann) ● Gary Bart (Yitzak Breitbart) ● Renate Krößner (madre Breitbart)

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