venerdì 7 marzo 2008

La vendetta senza destino

Sweeney Todd di Tim Burton è un film deludente, viziato da una caratterizzazione troppo macchiettistica dei personaggi, dalla banalità delle musiche, dal manierismo delle scene (quanto fumo in questa Londra digitale!). Ma è il tema che mi interessa: la vendetta. Dopo un periodo trascorso in carcere per un omicidio non commesso, Benjamin Barker torna nella capitale intenzionato a uccidere il giudice Turpin che lo ha condannato, rapendogli moglie e figlia. E, nell’attesa della resa dei conti, si esercita tagliando le gole dei clienti nella bottega da barbiere che ha aperto in Fleet Street.

A emergere sono due fondamentali elementi narrativi. Da una parte, la lunga attesa che fa dell’ansia di vendetta una vera e propria idea fissa, che rode il protagonista e ne assorbe le energie, trasformandosi nello scopo della sua esistenza. Dall’altra, il mondo capovolto che pone un criminale impunito (il giudice Turpin) nel ruolo di amministratore della giustizia.

Entrambi sono veri e propri archetipi del moderno immaginario collettivo, che trovano probabilmente la loro prima grande espressione letteraria in quel capolavoro della narrativa d’avventure che è il Conte di Montecristo. È in questo romanzo, infatti, che per la prima volta il concetto di vendetta si “imborghesisce”, assumendo il carattere di resa dei conti individuale per il torto subìto.

Ma le origini della vendetta affondano nell’età premoderna e preborghese, che non possiede il concetto di individualità e vive, anzi, ogni aspetto dell’esistenza come destino collettivo. La vendetta, in questa diversa metafisica, è un atto dovuto verso gli dèi e la società, al quale l’uomo di nobil animo non può sottrarsi. Perché il singolo è chiamato a contribuire in prima persona alla difesa della giustizia nella collettività della quale fa parte (una concezione che si conserva nella Costituzione americana).

Di questa metafisica si alimenta l’ira che Achille sfoga facendo scempio del corpo di Ettore per vendicare la morte dell’amico Patroclo. E di essa si alimentano anche gli innumerevoli episodi di violenza della Bibbia, della tragedia, del poema cavalleresco. La vendetta, per mezzo di questa metafisica, diventa allora lo strumento che lega l’uomo all’altro uomo, il fratello al fratello, i figli ai padri, una generazione a un’altra generazioni, la Terra al Cielo.

Probabilmente, è nell’Amleto che per la prima volta s’infrange quel rapporto armonico tra Io e Destino che aveva permesso di identificare senz’altro vendetta e giustizia. Agli esordi della modernità, gli dèi hanno già smesso di dialogare con gli uomini. Sono gli spettri ad averne preso il posto. E, proprio perché intenzionato a rispettare la giustizia, il principe di Danimarca – definitivamente solo a districarsi fra i tormenti della propria coscienza – non sa più se prestar fede o meno alle parole del padre morto. Si può obbedire ciecamente alla voce del Cielo, non a quella che proviene dal sottosuolo.

1 commento:

Susanna Baumgartner ha detto...

È interessante osservare che Il conte di Montecristo viene citato anche nel film di Julian Schnabel Lo scafandro e la farfalla. Il protagonista dirà, infatti, al padre di voler scrivere un libro sulla vendetta di una donna, una contessa di Montecristo. Il destino in agguato lo porterà a scrivere un libro diverso. Da uomo ricco e fortunato, padrone della propria vita e del proprio tempo, si troverà a dover dipendere per ogni cosa dagli altri.

Potrebbe essere una “vendetta” del destino per avere desiderato e avuto tutto; ma lui non vuole subire questa “vendetta” e trasforma una possibile sconfitta in una vittoria. Saprà mutare il corso dei suoi pensieri e trasformare la sua storia di vendetta nella storia di un uomo imprigionato nel suo corpo, e saranno proprio delle donne ad aiutarlo a realizzare questo nuovo e imprevisto libro del suo destino.

Si potrebbe aggiungere che la sua fantasia è diventata realtà, perché non sapremo mai se queste donne hanno tradotto fedelmente i suoi pensieri e le sue parole (nelle sue condizioni fisiche, può solo muovere una palpebra una volta per dire sì e due volte per dire no, mentre una donna paziente gli legge molto lentamente le lettere dell’alfabeto aspettando un suo cenno).

Avrà veramente scritto il libro che desiderava scrivere o il suo libro diventerà solo un disperato ripiego per continuare a essere un uomo nonostante le “sue” donne e il suo amaro destino?

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