mercoledì 20 maggio 2009

Mills, il consenso di Berlusconi e l’orologio della sinistra

Perché al di là di trascurabili flessioni il consenso di Berlusconi e del PDL non cala? Non è una domanda retorica. In realtà, il consenso dovrebbe cadere. è quanto è legittimo aspettarsi considerando una casistica di fatti registratisi dall’inizio dell’anno in poi. Naturalmente, l’ultimo è la condanna per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato David Mills, che avrebbe testimoniato il falso «per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati».

è troppo presto per almanaccare su quale impatto avrà o non avrà la sentenza del Tribunale di Milano sull’elettorato del PDL. Ma i fatti precedenti? Ricordiamone qualcuno alla rinfusa: il declassamento di Malpensa (che ha conseguenze pesanti sulle aziende del Nord e quindi sull’occupazione), il naufragio dell’EXPO e le polemiche a esso collegate (il costo della sede, l’astronomico stipendio dell’ad Lucio Stanca), la vicenda delle veline (stigmatizzata dallo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini e dalla sua Fondazione), i mancati fondi per la ricostruzione in Abruzzo (per tacere dello sfruttamento spettacolare del terremoto e della dubbia decisione di trasferirvi il G8 con le conseguenti proteste della Sardegna), l’insistente tentativo di sminuire la gravità della crisi economica affiancato all’ingenua assicurazione che l’Italia è più attrezzata d’altri a fronteggiarla (quando l’FMI calcola che nel 2009 il nostro PIL potrebbe subire una diminuzione del 4,6%, superiore cioè alle medie UE), l’illiberale disegno di legge sul testamento biologico, devastante non in sé (è chiaro che le persone danneggiate sarebbero una minoranza), bensì in quanto impone agli individui la volontà di un ringalluzzito Stato etico (e cioè attacca un principio universale quale la libertà di decidere della propria sorte)...

Certo, Gasparri, Bondi e l’eterea Ravetto hanno tutto il diritto di ribattere che non capiamo perché interpretiamo i fatti in modo ideologico, al contrario degli italiani che invece hanno perfettamente capito che il Cavaliere è capace di intercettare i loro sentimenti e bisogni, e vi corrisponde con cristallina coerenza. Può darsi. Ma molti dei fatti sopra menzionati vanno obiettivamente contro gli interessi dell’elettorato di centrodestra. E tutti – qualcuno di più, qualcuno di meno – hanno suscitato molti mal di pancia tra le frotte dei parlamentari e degli spin doctors del PDL. Perché allora, stando ai concordi risultati dei sondaggi dei più autorevoli istituti di ricerca, non influiscono né sulla fiducia di cui gode il Cavaliere né sul consenso elettorale del suo partito? è anormale.

Disinformazione? Certo che no. Anzi sì. L’informazione viene data puntualmente, con spreco di particolari. Ma scivola via come l’acqua piovana. Il motivo? Disillusione? Apatia? Assuefazione? Sarà snobismo, ma non vedo motivo di escludere a priori questa ipotesi. è un fenomeno capitato altre volte nel passato remoto e nel passato prossimo della storia europea. E l’assuefazione ha sempre finito col premiare il dictator, e cioè il demagogismo, nell’illusione che un rapporto diretto fra governante e sudditi faccia risparmiare tempo, sia più efficace ed economico, e aggiri burocratismo e decadimento istituzionale.

Ma, se così fosse, le responsabilità di tale assuefazione non possono essere cercate soltanto nella narcotizzante spettacolarizzazione della politica che pure il Cavaliere ha contribuito ad acclimatare da noi. E lo ha fatto in modo ben più pesante e corrivo di quanto avvenga negli Stati Uniti, che certo hanno prodotto il virus, resistendo tuttavia alla tentazione di gettare nell’oceano i farmaci idonei a contrastarlo.

La responsabilità andrà cercata anche (forse soprattutto) nei ritardi della sinistra riformista che, dopo l’89, quando per la prima volta ha avuto la possibilità di governare l’Italia, si è fatta trovare impreparata all’appuntamento, perdendo la sua grande occasione storica. Non c’è dubbio infatti che l’attuale debolezza (progettuale, programmatica, pratica) del nostro riformismo costituisce un argine al collasso del consenso berlusconiano. Eppure tale consenso potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro se il riformismo aggiustasse il suo orologio ed esistesse un’alternativa credibile, in grado di parlare alla nazione: e cioè di armonizzare gli interessi dei diversi segmenti sociali ed elettorali, in sintonia con quell’interclassismo che è la migliore eredità lasciataci dalla sinistra italiana.

Lo so, lo so, la diagnosi qui abbozzata agli occhi del centrodestra non fa che ripetere «la solita solfa». Ma non è detto che le interpretazioni ripetute siano per questo meno vere.

mercoledì 13 maggio 2009

Il paradiso secondo Romeo Castellucci

di Susanna Janina Baumgartner

L’installazione Paradiso di Romeo Castellucci (Socìetas Raffaello Sanzio), presentata al Teatro Versace di Milano nel corso della rassegna Uovo Performing Arts Festival, mi richiama subito alla memoria un lavoro di Anish Kapoor per il buco nero alla parete bianca che appare come una soglia invitante e terrificante al tempo stesso. Una soglia che si può varcare solo con il pensiero quella di Kapoor, mentre qui si ha la possibilità di andare al di là, immergersi nell’oscurità. Non è una soglia silenziosa, si sente scrosciare dell’acqua e bisogna superare la paura di questa ignota parete di acqua che potrebbe violentemente accoglierci al di là del buio avvolgente. Il passato della nostra anima è un’acqua profonda e tumultuosa? La metafora della profondità fra buio e acqua sembra scontata e fa sorridere l’idea di varcare una soglia che ci appare già conosciuta, già presente ai nostri occhi.

Ma Romeo Castellucci avverte con uno scritto che cerca una completa presenza, mai una lettura o un commento al pre-esistente. Bisogna essere Dante, assumere il suo atteggiamento come all’inizio di un viaggio nell’ignoto, assumersi questa responsabilità, questa totale esposizione al ridicolo. Quindi provare a perdersi in questa oscurità e fare un’opera?

Perché no? Vero che essere spettatori tutto il giorno è già una condanna infernale, allora immergiamoci nell’oscurità senza la pretesa di vedere, senza paura e pregiudizi. Un po’ di fiducia, anche in noi stessi e di riposo da ogni giudizio, è già un paradiso.

Si entra con cautela in quel buio saturo di umidità (e l’odore di umido non invita e non lascia spazio all’immagine di profumi celestiali o all’idea di una purezza dell’aria che posso fantasticare per un paradiso). Mentre mi abituo all’oscurità, cercando di individuare la fonte dello scroscio d’acqua, del muro d’acqua che richiama l’immagine di una cascata e mi spinge a guardare in alto per la potenza della sua caduta verso il basso (non resisto alla tentazione di pensare che la cascata, pur durando, non è mai la medesima), inizio a intravedere un baluginìo, una tenue luce indefinibile.

Aspetto di vedere meglio, se possibile, e intanto il pensiero torna al parallelepipedo luminoso posto all’entrata, lungo il percorso verso la stanza del buco nero. Perché si trovava e trova lungo la mia strada? Immagine dell’eternità con la luce della saggezza, la perfezione delle relazioni fra cielo e terra, chissà. Però l’occhio si perde, lungo il tragitto, verso uno schermo che potrebbe far parte dell’opera e che non proietta nessuna immagine. Nel frattempo ecco riapparire qualcosa di luminoso in alto, impossibile non pensare un po’ a un video di Bill Viola mentre mi chiedo l’origine dell’immagine. Com’è difficile non far correre il pensiero verso il già conosciuto e immergersi nell’immagine.

Sembra un’immagine creata dal vapore acqueo e da una luce che emana da un altrove; all’inizio quasi impercettibile, si intensifica a poco a poco. Prima si ha il dubbio che la luce sia un’illusione ottica, poi si pensa a un effetto ottico creato da una fonte di luce nascosta, poi a un video e a questo punto arriva chiaro, ma come lontano, un suono. Questo suono di una voce umana e una sensazione di calore, come un sesto senso, rendono “evidente” una indefinibile presenza. Un attimo di smarrimento, e finalmente tutto è chiaro, si tratta proprio di un corpo quello che finalmente vedo. Lo stupore della rivelazione è il corpo dell’altro che ignoravo e che si fa quasi impercettibile presenza al di là del suo essere visto solo con l’occhio della mia mente. Il Paradiso è lo stupore del corpo dell’altro che imparo a vedere e sentire nell’oscurità? Vedo perché ho saputo e potuto restare nel buio ad ascoltare.

Una rivelazione, proprio come in un viaggio iniziatico. E i tre minuti del mio poter restare e contemplare, mi ricordano i tre giorni richiesti nei misteri antichi per poter rinascere a una nuova vita. Nel mio mondo, nella contemporaneità, bastano tre minuti per vedere? Volendo.

Siamo nel campo di una istallazione che gioca sul disorientamento rivelatore per un passaggio da uno stato a un altro, per l’apoteosi dei sensi come esperienza della catastrofe e della gloria divina.



… Per ch’io dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.


Subito sí com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;


e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che sorridendo ardea nelli occhi santi.


«Non ti maravigliar perch’io sorrida»
mi disse «appresso il tuo pueril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,


ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi…

(Dante Alighieri, Paradiso, III 17-33 )

domenica 10 maggio 2009

La Spoon River britannica

Un’irriverente riflessione teatrale sull’altruismo, il sacrificio di sé, la morte. Si può definire così Daniel Hit by a Train, l’originale performance presentata al Teatro Out Off di Milano nel corso della rassegna Uovo Performing Arts Festival 2009. Come l’Antologia di Spoon River, lo spettacolo prende spunto da una serie di targhe funebri, esposte al Watts Memorial of Heroic Deeds di Postman’s Park nel centro di Londra.

Ma qui al lirismo di Edgar Lee Masters si sostituisce una carica trasgressiva ispirata al miglior humour nero britannico, che ci pone di fronte a una verità sconvolgente: l’infruttuosità dell’altruismo per chi lo compie. In sostanza, a venirci raccontati in cinquantatré frammenti sono storie di uomini e donne che hanno perso la vita nel tentativo di salvarla a qualcun altro e si ritrovano in un paradiso senza gioia.



Amelia Kennedy muore provando a salvare la sorella nell’incendio della loro casa, il dottor Samuel Rabbeth muore mentre cerca di rimuovere un’ostruzione alla gola di una paziente di quattro anni malata di difterite, Edward Morris nel tentativo di salvare il compagno che stava affogando nel fiume e il mimo Sarah Smith mentre cerca di salvare un collega da un incendio divampato sul palco.

Scandita da un curioso countdown, la narrazione procede mescolando liberamente i più svariati codici: teatro classico, teatro dell’assurdo, vaudeville, pantomima, musical, farsa, melodramma... Un mix che esige da parte dei cinque attori (Antoine Fraval, Guy Dartnell, Molly Haslund, Nina Teckenburg, Paul Gazzola) un’esibizione di abilità fisica, musicale e teatrale. Ma forse le qualità di maggior interesse e carica innovativa vanno cercate proprio nella recitazione, che da una parte sembra rievocare le consuetudini della più illustre tradizione britannica e dall’altra le infrange di continuo con nichilistica allegria.

L’allegria, appunto. In questo spettacolo, sembra che non si salvi nulla: nessun valore, nessuna ideologia, se non un cinico quanto provocatorio invito all’attaccamento alla vita. «Stay alive» ripete di continuo agli spettatori l’insolito banditore che con i suoi interventi s’incarica di cucire i frammenti narrativi. «Stay alive», restate vivi. Ossia: non fate come noi. Eppure... Eppure il riso finisce col rivelarsi un imprevedibile strumento di comunicazione fra Terra e Cielo. è proprio per mezzo del riso infatti che questi generosi ancorché comici personaggi conservano anche post-mortem le loro caratteristiche umane. Ed è per mezzo del riso che finiamo col provare simpatia per loro. E cioè col partecipare alla loro sorte, al loro destino.


Daniel Hit By A Train
Lone Twin Theatre (GB)
di e con: Antoine Fraval, Guy Dartnell, Molly Haslund, Nina Teckenburg, Paul Gazzola ● direzione artistica: Gary Winters & Gregg Whelan ● drammaturgia: David Williams ● direttore esecutivo: Kate Houlden ● Luci: Sarah-Jane Grimshaw ● Produzione: Catherine Baxendale & Sadie Cook ● Durata: 75 minuti

INFO:
Uovo Performing Arts Festival 2009: www.uovoproject.it
Teatro Out Off: www.teatrooutoff.it

lunedì 4 maggio 2009

Dove sono finiti gli intellettuali di sinistra?

Se lo chiede con un punta di sorniona ironia Michele Brambilla sul «Giornale» di domenica 3 maggio. Nelle liste per le europee del PCI gli intellettuali non mancavano mai. In quelle di quest’anno del PD non ce n’è neppure uno. «Coloro che in qualche modo hanno il diritto di fregiarsi del titolo di uomini di cultura» commenta il vicedirettore del quotidiano della famiglia Berlusconi «hanno scelto l’Aventino, oppure sono finiti con Di Pietro. Nell’Italia dei Valori sono ufficialmente candidati Gianni Vattimo, Nicola Tranfaglia, Giorgio Pressburger.» Perché? Quali motivi sono all’origine di questo divorzio?

Brambilla è schierato sul fronte opposto. Ma è un giornalista serio e onesto. D’altra parte, quando un articolo coglie un aspetto della realtà (sia pure secondario: la politica può fare tranquillamente a meno degli intellettuali), non importa sulle pagine di quale testata è uscito. Proviamo dunque ad abbozzare una risposta.

1) Gli intellettuali classici, di formazione umanistica (quelli a cui fa riferimento Brambilla), anche quando non erano comunisti, si erano avvicinati al PCI perché vi vedevano un esempio di organizzazione efficiente e vitale. Era un’occasione per uscire dal proprio isolamento pensoso e sentirsi utili nel perseguimento di scopi collettivi. Il PD, nella sua caoticità conflittuale, non è in grado di offrire un esempio analogo.

Prima postilla. Questa dinamica è ben documentata anche romanzescamente. Ma non è una prerogativa dell’intellighenzia di sinistra. Tutt’altro. In precedenza, molte delle migliori menti della cultura europea avevano aderito al partito fascista o a quello nazista spinti da un’analoga motivazione: fra gli altri, Giovanni Gentile e Luigi Pirandello in Italia, e Martin Heidegger in Germania.

2) Gli intellettuali (classici e di formazione umanistica) si erano avvicinati al PCI anche perché vi vedevano un tramite per entrare in contatto con i ceti popolari in cui scoprivano risorse morali e pratiche socialmente all’avanguardia. Impossibile comprendere questo “matrimonio” ignorando il carattere castale che ci aveva lasciato in retaggio la nostra tradizione letteraria: un moderno intellettuale, aveva detto Gramsci solo pochi anni prima, si sente più vicino ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che non a un contadino o a un operaio della sua epoca. Il PCI sembrava dare una spallata a questa plurisecolare tradizione, avvicinando per la prima volta gli intellettuali alla nazione.

Il PD non solo non può fare altrettanto, ha addirittura perso il consenso dei ceti popolari. Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos e dal «Sole 24 ore», il 43,4% degli operai vota per il Popolo della Libertà e solo il 26,2% (la metà!) per il Partito Democratico. Del resto, sapevamo anche prima che la maggioranza del suo consenso elettorale il PD lo trova anzitutto nei ceti medi. Si capisce che non scatti la fascinazione: sono ceti che gli intellettuali già ben conoscono, dal momento che essi stessi vi appartengono. Nella politica, ancor più che nella vita di tutti i giorni, ci si innamora solo di chi è in grado di colmare una nostra mancanza, cioè di chi ci spalanca davanti agli occhi un mondo nuovo e sconosciuto.

Seconda postilla. Il PCI aveva tanti difetti. Ma aveva anche una robusta visione interclassista della politica, che gli consentiva di dialogare con fasce eterogenee della popolazione e di assolvere quindi una funzione eminentemente nazionale (cioè unificante).

3) Il PCI era una Chiesa, sorretta da un credo che correva di continuo il rischio di sconfinare nel totalitarismo. Può darsi che anche questo abbia agevolato il rapporto con gli intellettuali, su un piano più torbido, sollecitandone le tentazioni più ambigue e lesive (da sempre gli intellettuali sono ben propensi a vestire i panni del chierico). Ma è pur vero che, per altri versi, l’ideologia marxista si collocava a pieno titolo nella tradizione del miglior umanesimo di cui intendeva proseguire l’opera demistificante ponendosi come scopo la liberazione dell’uomo dalle molteplici forme di alienazione: sociale, psichica, culturale, filosofica... è su questo piano che molti intellettuali di differente provenienza (liberale, positivistica, fenomenologica, esistenzialistica, freudiana, francofortese, ecc.) si avvicinarono al partito comunista. Al PD questa ambizione umanistica manca.

Terza postilla. Chi scrive queste note non è mai stato marxista. Ma, ugualmente, a suo tempo ha apprezzato i tre meriti del PCI qui elencati. E non se la sente ora di sconfessarli. Anzi è convinto che il PD farebbe bene ad appropriarsene reinterpretandoli in un’ottica aggiornata all’interno di un sistema di riferimento più esplicitamente liberale.

Infine. Perché un buon numero di intellettuali («dal milieu di MicroMega a quello di Annozero», come dice sarcasticamente Brambilla) preferisce l’Italia dei Valori al PD? Eppure il partito di Di Pietro neanche lontanamente potrebbe presentarsi come erede di quello di Togliatti e Berlinguer. Anzi! Per molti aspetti, il sanguigno Tonino si dimostra un uomo schiettamente di destra più che di sinistra. Tuttavia, bisogna pur riconoscere che è l’unico a dar voce a un movimentismo di opposizione radicale che intercetta fasce di elettorato (di sinistra) altrimenti non rappresentate. Certo, lo fa in genere con insolente rusticità. Ma questo non è mai stato un limite invalicabile per gli intellettuali, che anzi hanno sempre dimostrato di apprezzare un vitalismo anche strapaesano purché energizzante.

Come Brambilla, vogliamo però concludere anche noi con una punta di maligno sarcasmo: nel Settecento, gli intellettuali ritenevano fiduciosamente di poter consigliare principi e sovrani ispirarandone l’operato, meraviglia così tanto che, altrettanto fiduciosamente, pensino oggi di poter suggerire l’agenda politica a un potente molto meno coriaceo come l’ex magistrato di  Montenero di Bisaccia? Il pedagogismo è un vizio che difficilmente gli intellettuali riescono a estirpare da sé.