venerdì 12 ottobre 2007

Il laburismo all’italiana

Sull’«Unità» del 7 ottobre, Piero Fassino è tornato a spiegare le ragioni che fanno del Partito democratico uno «strumento per cambiare la politica italiana» e «ridisegnare il sistema politico», superandone la «crescente frammentazione» (14 gruppi in Parlamento, 11 partiti al Governo). Il ragionamento, lucido ed equilibrato, mira a rassicurare gli scettici di sinistra, ribadendo che la nascita del PD non è «un’operazione burocratica di apparati o di ceto politico».

Su questo punto possiamo credergli. Del resto, da buon piemontese, Fassino è alieno ai toni trionfalistici, e ha una coscienza delle difficoltà e dei problemi del suo fronte politico che manca ad altri. Non a caso scrive, onestamente, che il PD ha la «possibilità» (cioè un'opportunità da cogliere e da "costruire", piuttosto che qualcosa di già certo) di essere il «primo partito italiano», rappresentando «oltre un terzo del corpo elettorale». Ma, soprattutto, insiste che il PD è uno «strumento» (usa ben quattro volte questa parola in una sessantina di righe): ovvero un mezzo che «donne e uomini» sono invitati a usare fin dalla sua fondazione, domenica prossima. Va bene, questa è una novità nel panorama politico italiano, diamogliene atto. Ma uno strumento non ha importanza di per sé, acquista valore soltanto in virtù degli scopi che ci si prefigge e in funzione dei quali viene messo in atto.

Ed è, per l’appunto, quando dovrebbe parlare degli scopi che Fassino risulta colpevolmente deludente. Il segretario DS evita infatti di approfondire la questione, preferendo piuttosto concentrarsi sulle conseguenze della nascita del nuovo partito, «un progetto che unisce» («in una politica segnata da divisioni, scissioni e separazioni») e che pertanto costringe anche le altre forze politiche a riflettere su nuove e più ampie forme di aggregazione. D’accordo. Ma cosa farà il PD? Quali compiti si porrà, una volta «ridisegnato» il sistema politico italiano e superata la frantumazione parlamentare?

La risposta arriva solo indirettamente e in modo molto sintetico. Il PD sarà quello che «tutti chiedono» (sic!): cioè «una grande forza progressista e riformista capace di tenere insieme modernità e diritti, innovazione e tutele, crescita economica e coesione sociale, meriti e bisogni, partecipazione e decisione». Evviva! Gli scopi sono questi. E ne saremmo contenti, se non fosse che sono scopi drammaticamente in contraddizione fra loro. Al di là della vaghezza di linguaggio, è chiaro infatti che Fassino vuole salvare capre e cavoli: da una parte, venire incontro alle esigenze del moderno capitalismo che chiede più duttilità e meno vincoli; dall’altra, garantire quella protezione sociale che rimane una necessità per la stragrande maggioranza degli italiani.

Questo vuol dire che il Partito democratico sarà il partito della sintesi, di marxiana memoria? Oppure sarà un partito ondeggiante e incapace di scegliere, come già sembra nella culla? Insomma, un ibrido. Un partito che mostra di avere tanta voglia di adeguarsi alle parole d’ordine del neoliberismo, che Tony Blair ha largamente sdoganato a sinistra e alle quali, del resto, i dirigenti ulivisti guardano con tacita simpatia fin dall’epoca dei governi D’Alema. Ma, nello stesso tempo, un partito che non se la sente di sacrificare quella morale solidaristica che ha ereditato dalla sua tradizione e si fa ancora tanti scrupoli di coscienza che, invece, il partito laburista britannico più cinicamente ignora, nonostante i ben più stretti legami sindacali.

Lo storico Eric Hobsbawm, una volta, definì Blair una «Thatcher in pantaloni». È quello il modello inconfessato e inconfessabile a cui il PD vorrebbe ispirarsi ma non può?

2 commenti:

greystoke ha detto...

No, non credo sia quello, perché Fassino è solo un ologramma, una controfigura sbiadita, mentre Prodi e Veltroni sono "due flaccidi imbroglioni". Pertanto questa del PD è solo una farsa, l'ennesima, in attesa del momento opportuno per fare sul serio.

E allora il programma sarà sì qualcosa di simile a quello di Blair. Sarà la "rivoluzione liberale" che il vero leader della sinistra annunciò troppo prematuramente alla City di Londra.

Ma è ancora troppo presto. Il popolo della sinistra non è ancora pronto, non è ancora abbastanza disgustato e rassegnato per poter tollerare quel cinismo.

Samuela Salvotti ha detto...

complimenti, non amo la politica,m a ho letto per la prima volta con molto piacere e molto divertita questo articolo!

oooh se fossero tutti così i giornalisti, ci avvicineremmo tutti di più a un 'fastidio'grande che è la politica!

chiara

p.s. perchè non accetti i commenti anonimi? sono forse i più spassionati! forse...